La tragedia di Crans-Montana. Uno sguardo psicologico sul comportamento adolescenziale di fronte al rischio

da | Gen 7, 2026 | approfondimenti

Per chi, come noi, lavora ogni giorno con gli adolescenti, eventi come quelli accaduti a Crans-Montana non sono mai fatti lontani. Sono tragedie che ci attraversano e ci sconvolgono profondamente. In ogni volto coinvolto rivediamo i nostri ragazzi: quelli che riempiono le nostre aule e i nostri studi con le loro risate, con le loro speranze, con sogni fragili e potentissimi insieme, con il desiderio autentico di futuro. È impossibile restare neutrali.

Da psicoterapeuta impegnata da molti anni nel lavoro con gli adolescenti e le loro famiglie, sento il bisogno di provare a dare senso a ciò che, emotivamente, senso non ha.

Le domande più frequenti che abbiamo letto e sentito in questi giorni sono state: “Perché non sono scappati?” “Perché non hanno percepito il pericolo, continuando invece a riprendere con il telefonino le fiamme che divampavano?”

La risposta non ce l’abbiamo, ma la psicologia e le neuroscienze ci offrono alcune chiavi di lettura importanti.

Durante l’adolescenza il cervello è ancora in costruzione. Le aree deputate alla valutazione del rischio, alla previsione delle conseguenze e all’autoregolazione (in particolare la corteccia prefrontale) non sono ancora pienamente sviluppate. Al contrario, i sistemi legati alla ricerca di sensazioni forti, all’emozione e alla ricompensa sono altamente attivi. Questo squilibrio rende i ragazzi più vulnerabili a comportamenti rischiosi, soprattutto in situazioni ad alta attivazione emotiva. Non si tratta di incoscienza, ma di una reale difficoltà neuropsicologica nel leggere correttamente i segnali di pericolo, soprattutto quando questi non sono immediati, evidenti o già vissuti in precedenza. Da questo spesso nasce la tipica illusione di invulnerabilità adolescenziale: l’idea, spesso inconscia, di potersi fermare in tempo o di non essere realmente esposti a un esito tragico.

Il coinvolgimento del gruppo gioca poi un ruolo centrale. In adolescenza l’appartenenza è un bisogno primario. Il gruppo diventa un regolatore emotivo e cognitivo: si pensa meno come individui e più come “noi”. In questi contesti si attiva spesso un meccanismo di diffusione della responsabilità e di normalizzazione del rischio: se nessuno reagisce, allora forse non c’è davvero pericolo. Si tende ad affidarsi alle reazioni degli altri per capire come interpretare ciò che accade. Se il gruppo non si attiva, il rischio viene inconsciamente normalizzato.

Le riprese video dell’imminente tragedia, chiamate in causa tante volte in questi giorni nei commenti e nei giudizi, ci rimandano ad una riflessione sull’uso del celluare che rappresenta uno strumento fondamentale per la socialità dei ragazzi; ma come ben sappiamo, non è privo di rischi.
Osservare gli eventi attraverso lo schermo può trasformarsi in una sorta di “filtro” della realtà, che crea distanza tra i giovani e il pericolo concreto. Inoltre,
quanto più le situazioni appaiono sensazionali o lontane dalla quotidianità, tanto più cresce il desiderio di documentarle e postarle alla ricerca di quei like che sono nutrimento per l’autostima di molti ragazzi. Il rischio maggiore, però, è quello di sottovalutare la gravità della situazione e come in questo caso di aver sprecato tempo prezioso che avrebbe potuto essere impiegato per mettersi in salvo.

In questo quadro assume un peso rilevante anche la mancanza di segnali di attivazione esterni. Gli adolescenti, più degli adulti, si regolano attraverso l’ambiente e le figure di riferimento. L’assenza di una reazione immediata, visibile e strutturata da parte degli adulti presenti — come l’attivazione di procedure di emergenza, indicazioni chiare o comportamenti di allerta — può aver contribuito a non rendere il pericolo immediatamente leggibile. Se l’adulto non segnala l’urgenza, il cervello adolescente fatica a riconoscerla.

A livello neuropsicologico, in situazioni di stress intenso e improvviso può inoltre attivarsi una risposta di blocco o congelamento, che inibisce l’azione invece di favorirla. Non si tratta di una scelta consapevole, ma di una risposta automatica del sistema nervoso, possibile sia nei ragazzi sia negli adulti.

 

Comprendere questi meccanismi non significa cercare colpe, ma promuovere consapevolezza. È da qui che nasce la prevenzione: dall’educazione al riconoscimento del rischio, dall’importanza di adulti emotivamente presenti e pronti ad attivare segnali chiari, e dalla costruzione di contesti che sappiano proteggere.

Perché dietro ogni tragedia ci sono ragazzi che volevano vivere, non sfidare la morte.

Federica De Cecco

Psicologa-psicoterapeuta

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